|
MITI E LEGGENDE - Le origini e la storia
1.Dalla Preistoria alla leggenda dei molossi
romani
Si è discusso molto sull’origine dei Bovari Svizzeri. Nei vecchi scritti ricorre spesso la tesi che li indica come i discendenti dei molossi romani, ma negli ultimi tempi quest’affermazione è
stata messa in discussione per l’assenza di riferimenti scientifici in merito e per le recenti ricerche che, con il ritrovamento di ossa e crani databili nell’età del bronzo, dimostrano la presenza di cani della taglia di un Bovaro del Bernese o di un Rottweiler (65-70 cm al garrese) sul territorio svizzero, già molto prima
dell’arrivo dei Romani.
Infatti, non si può certo affermare che l’influenza dei cani romani sia stata importante nella popolazione canina elvetica; anzi, oramai sappiamo che questa influenza è stata
a lungo sopravvalutata, che i romani varcarono le Alpi senza bestiame e che i cani che
li accompagnavano non avevano compiti specifici, non erano numerosi e nemmeno di taglia particolarmente grande. I ritrovamenti di ossa del periodo romano sono piuttosto rari e si tratta comunque di ossa relativamente piccole (dalla taglia di un Pinscher nano, fino alla taglia massima di un Pastore Tedesco), mentre le ossa dei presunti grandi molossi romani non furono mai ritrovate.
Oggi, in mancanza di prove osteologiche, possiamo solamente affermare che qualche goccia del sangue dei cani romani si trova in “dosaggio omeopatico” nella popolazione autoctona svizzera.
Difficilmente avrebbero potuto condizionare la taglia dei cani già presenti sul territorio svizzero prima del loro arrivo e le conoscenze attuali portano a ritenere che i cani che accompagnarono i Romani si siano mescolati agli altri, principalmente nelle città, contribuendo solo in parte a formare nel centro dell’Europa quella “razza collettiva”, tutt’altro che pura, che è all’origine del Bovaro del Bernese.
2. Dal Medio Evo all’allevamento della “razza collettiva”
Fra il terzo e il quarto secolo, i Romani furono progressivamente respinti dagli
Alemanni e l’antica popolazione celtica, non essendo dissimile, s’integrò facilmente
a questi ultimi. Con gli Alemanni si sviluppò un tipo di agricoltura maggiormente indirizzato verso l’autonomia dei consumi e verso l’autosufficienza, in tendenza nettamente contraria all’impostazione dei Romani, che producevano per la vendita
e per lo scambio. Questo, oltre alle distanze geografiche, favorì l’isolamento delle fattorie, rendendole indipendenti e chiuse in sé stesse. In regioni come il Cantone dell’Appenzell, l’Entlebuch e l’alta montagna dal terreno povero e dalle condizioni
di vita dure, si svilupparono cani di dimensioni più piccole, robusti, resistenti e frugali, mentre in regioni più ricche, con terreno fertile e clima favorevole, come il cantone di Berna, aumentarono i cani di fattoria più grossi.
Questo gruppo di cani di una certa mole e dall’aspetto non ancora chiaramente
definito, fu classificato dagli studiosi (Studer e Hauck) come “razza collettiva dei
grandi cani delle Alpi” ed è da questa che furono selezionati i Bovari Svizzeri, l’Hovawart, il Rottweiler e, più avanti, il Cane di San Bernardo ed il Leonberger.
Le razze provenienti da questo gruppo, infatti, hanno ancora oggi molte similitudini. Tutte hanno un aspetto robusto e forte; la forma del corpo è di tipo “primitivo-
naturale”, priva di tendenze estreme, arti robusti, né corti, né lunghi; la testa è anch’essa “naturale”, media, né corta, né lunga e le orecchie sono di media
grandezza, pendenti. Anche il mantello varia dal medio-corto al medio-lungo ed il colore, in
diverse combinazioni, si riduce al nero e al marrone, talvolta con zone bianche.
Spesso ritorna l’antico modello pezzato: mantello nero con le classiche macchie
marroni ed i caratteristici “quattr’occhi”.
Queste similitudini dimostrano che, pur essendosi differenziati con la selezione,
i cani di questo gruppo hanno un corredo genetico comune.
Ancora più evidente è la similitudine del carattere e delle qualità funzionali: l’omogeneità del gruppo è dovuta alle stesse condizioni di vita ed alle stesse
mansioni. L’utilizzo del cane da lavoro necessita di buone proporzioni del corpo,
senza esagerazioni e che rispettino le forme normali e naturali. Per quanto concerne
il carattere è esattamente la stessa cosa: normalità, naturalezza ed equilibrio erano doti
indispensabili.
Tutti hanno l’istinto della caccia poco sviluppato, sono cani di fattoria polivalenti, che restano nella proprietà del padrone, facendo la guardia. Sviluppano un forte legame
con il loro territorio, con l’uomo e con gli altri animali domestici. Hanno una predisposizione naturale per il bestiame: raggruppano i bovini, conducono le
mandrie e recuperano i capi che si sono persi.
Contrariamente a quanto era accaduto ai cani dei nobili, selezionati principalmente
per la caccia e per la bellezza, l’aspetto esteriore dei cani di fattoria non era oggetto
di una selezione sistematica e nemmeno vi era la tendenza a portare alcuni caratteri alla forma estrema. Le popolazioni contadine non si occupavano affatto dell’estetica,
i loro cani erano considerati alla stregua degli altri animali nella fattoria,in un ruolo subordinato all’uomo e dovevano semplicemente svolgere le mansioni che erano
state loro assegnate, essere possibilmente di taglia grande, forti e robusti, poco esigenti e molto resistenti. Il contadino, il commerciante di bestiame e il macellaio allevavano soltanto gli esemplari più sani e funzionali, selezionando secondo dei
criteri di utilità.
Eppure, nel contesto della fattoria isolata, gli accoppiamenti non erano sempre programmati dall’uomo e inevitabilmente, con la consanguineità, si fissavano anche
un tipo morfologico ed un carattere che con l’andar del tempo assomigliavano sempre di più a quelli degli antenati del Bovaro del Bernese.
3. L’inizio dell’allevamento del cane di Dürrbach
Nella seconda metà dell’ottocento, si trovavano nelle fattorie della zona di Berna un buon numero di questi cani di grande taglia, robusti, dal pelo lungo tricolore, oppure marrone/arancione con macchie bianche. Il loro aspetto non era affatto omogeneo
ed erano allevati principalmente per soddisfare delle esigenze di utilità: fare la
guardia, aiutare il padrone in montagna e nella fattoria, come guardiano e
conduttore di bestiame, al traino del carretto per trasportare il latte o altro.
Non avevano un nome specifico e i tricolori, che erano comunque i preferiti, si chiamavano, per distinguerli da quelli arancione: “Gelbbäckler” (dalle guance gialle), Vieräugler” (quattr’occhi) oppure anche “Bärihunde” (cani-orsi), per la somiglianza
con l’orso raffigurato sulla bandiera del Cantone di Berna. I “Bäri” erano cani scuri,
con la lista bianca sottile o senza lista; i “Ringgi” (collare) avevano un collare di pelo bianco e infine i “Bläss” (lista) avevano una lista bianca larga.
Il primo nome, “Dürrbächler”, col quale incominciavano ad essere conosciuti a Berna, viene dal nome della frazione Dürrbach, con relativa locanda, presso Riggisberg,
dove alcuni esemplari di questo cane si erano fatti notare. L’isolamento di questa piccola frazione aveva favorito gli accoppiamenti in consanguineità, consentendo ad alcuni tratti caratteristici di fissarsi geneticamente e, dunque, di
manifestarsi con una certa omogeneità.
La locanda era un punto d’incontro frequentato da contadini, malgari (i “Sennen”,
da cui Sennenhunde”), macellai, commercianti e artigiani che si fermavano per il
cambio dei cavalli, per trovare ristoro e per riposarsi prima di ripartire. I “Dürrbachhunde” allevati nella piccola frazione avevano il pelo lungo e tricolore,
erano resistenti a qualunque tempo, poco esigenti, versatili, ottimi guardiani ed incominciarono ad essere apprezzati e ricercati nella regione.
Con la costruzione dei primi caseifici nelle valli, diminuirono i malgari ed il duro
lavoro in montagna.
Così, i cani di Dürrbach trovarono impiego principalmente come cani da guardia e da traino, per trasportare ogni giorno il latte dalla fattoria al caseificio. Il tradizionale carretto serviva occasionalmente nelle fattorie anche per altri piccoli trasporti ed il compito di tirarlo era adatto alla costituzione ed al carattere di quei cani.
Nel 1892, Franz Schertenleib di Burgdorf acquistò il suo primo cane a Dürrbach.
Cercando instancabilmente nelle valli dell’Emmental e nella regione di Gurnigel,
comprò metodicamente dei cani somiglianti al primo e che, intuitivamente, gli apparivano tipici”. La scoperta di molti soggetti simili ritrovati in luoghi diversi e
spesso lontani fra di loro, prova che la razza non si era sviluppata soltanto in un’area circoscritta, ma che si trovava sparpagliata sul territorio già da molte generazioni.
Era quasi come ricostituire pazientemente un mosaico smarrito, recuperandone i frammenti dispersi.
(…)
Questo testo è stato tratto dal libro di Silvana Vogel Tedeschi
" Il Bovaro del Bernese : ieri e oggi "